Basilica di San Prospero: Gli affreschi absidali

Il ciclo pittorico del presbiterio e dell’abside della Basilica di San Prospero venne realizzato dal bolognese Camillo Procaccini (Bologna, 1558ca – Milano, 1629) che si dedicò all’impresa in due distinti periodi, tra il 1585-87 (1° soggiorno reggiano) e il 1598. Con questa monumentale impresa, si chiudeva a Reggio la feconda stagione del Manierismo, mentre già si cominciavano ad avvertire le spinte innovative della pittura dei Carracci, che di lì a poco, avrebbero operato all’interno della Basilica della Ghiara.

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Il Giudizio Universale
Durante il primo soggiorno reggiano il Procaccini, probabilmente aiutato da Lorenzo Franchi, affrescò l’abside e il presbiterio con le scene del Giudizio Universale, mettendo in scena “i più difficili scorci, le più bizzarre vedute, i più strani effetti d’ira, di timore, di disperazione e di dolore” (C. Malvasia, Felsina Pittrice, 1678, Zanotti, Bologna 1841)

La rappresentazione è organizzata secondo un preciso programma iconografico: Il Cristo, nel giorno del supremo giudizio, è collocato nel punto più alto della conca absidale e, con un gesto risoluto, ma carico di umana pietà, invita le anime a salire. Lo circondano, adagiati sulle nubi, Angeli e Santi del Paradiso, dipinti con colori freschi e cangianti, accesi da stridenti contrasti cromatici. Gli apostoli Andrea e Pietro troneggiano, isolati, nel primo “girone”, mentre in quelli sottostanti, disposti secondo precise gerarchie, compaiono gli Evangelisti, i Santi protettori della città ed altre figure. Dal clima sereno del Paradiso si passa, senza soluzione di continuità, all’atmosfera carica di pathos della Resurrezione degli eletti (a destra): in una sospensione irreale emergono faticosamente dalle sepolture i risorti (o salvati) che si protendono trepidanti verso il cielo, nel quale saettano, con le loro lunghe trombe, i quattro Angeli del Giudizio. I colori divengono terrosi e opachi e il paesaggio desolato e silenzioso. 

Volti terrorizzati trasformati in maschere grottesche, corpi straziati, gesti violenti e disperati, caratterizzano invece la rappresentazione dei dannati che sprofondano nelle fiamme dell’Inferno, nella quale campeggia la grande e un po’ beffarda figura del diavolo tentatore. Accecanti bagliori, spettacolari controluce, vapori caliginosi danno a questa visione un carattere altamente suggestivo. 

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L’atmosfera si fa di nuovo silente e mesta nella rappresentazione del  Cristo morto nel sepolcro.  Circondata da personaggi in angoscioso raccoglimento, la figura di Gesù, mirabilmente scorciata, appare all’interno di una grotta ombrosa, delimitata da un delicato e lontano paesaggio, quasi a voler simboleggiare, l’imminente resurrezione.

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Nella volta del presbiterio il programma iconografico si arricchisce delle scene della Creazione di Eva e dell’Apocalisse: delicato il primo episodio, ambientato in un paradiso terrestre avvolto dalle tenebre di una placida notte; surreale e concitato il secondo, dominato dall’irrefrenabile cavalcata del Re dei re che, brandendo la spada con la bocca, travolge inesorabilmente le forze del male.

Le due storie bibliche, La caduta di Jetzabel (a destra) e la Resurrezione del figlio della vedova di Naim (a sinistra) realizzate nel 1589 da Bernardino Campi, completano il grande ciclo di affreschi del catino absidale. Questa monumentale storia per immagini, costituita da numerosi episodi apparentemente slegati gli uni dagli altri, sottintende invece un preciso disegno dottrinale che, assegnando ai vari momenti precise funzioni simboliche, fa sì che, dal punto di vista concettuale, l’insieme risulti perfettamente unitario.

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